Fortnite-mania

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La Fortnite-mania dilaga e, per non rimanere indietro, mi sono fatto trascinare nell’occhio del ciclone (o meglio, nell’occhio della Tempesta) dall’unico uomo in grado di trasformare qualsiasi attività ricreativa in una specie di lavoro in miniera: Damiano. Senza ulteriore indugio, ecco la mia giornata tipo nel Battle Royale di casa Epic Games.

Un primo, grande sforzo viene fatto in apertura, quando bisogna necessariamente scegliere una delle numerose skin ed emoticon equipaggiate per la data partita. Lo status che deriva dallo sfoggio di un costume a discapito di un altro è palese. Principalmente vincere non serve assolutamente a nulla se non si è pronti a danzare sul cadavere dell’avversario nei 3,5 secondi netti che separano la vittoria dalla chiusura del server del match. Potrà sembrare irrilevante, ma la realtà delle cose è proprio questa. Si vince solo ed esclusivamente per bullarsi dell’avversario.

 

Si tratta probabilmente di un impulso atavico e preistorico, che se studiato meglio farebbe cambiare punto di vista su molti episodi della storia umana (tipo per esempio l’inutile battaglia delle Termopili, la battaglia di Trafalgar e via discorrendo). Tendenzialmente opto sempre per una mossa free-style guadagnata grazie alla mia iscrizione al programma Prime di Amazon, il che mi rende automaticamente, e senza che serva alcun tipo di abilità di gioco, migliore di metà dei partecipanti.

A questo punto la partita è realmente iniziata, il team è entrato nel battle bus e si deve scegliere il luogo dell’atterraggio. Solitamente ci si trova di fronte a due alternative: decidere di comune accordo dove poter applicare la migliore strategia di raccolta delle risorse e aggressione dei nemici oppure seguire Damiano in caduta libera. La caduta libera di Damiano è completamente casuale, variando traiettoria sia prima che durante il lancio.

Questo è un momento cruciale della partita, poiché se si riesce a seguire il folle lungo tutto il percorso le probabilità di rimanere in vita sono abbastanza alte (diciamo un 50%), altrimenti ci si ritrova a dover giocare in solo mode con la piccola differenza che tutti gli altri concorrenti si muovono in organizzatissimi gruppi di 4. Il momento è importante anche perché rappresenta il primo vero loot del game, che poi è anche quello che ci farà decidere se riuscire ad affrontare a campo aperto i prossimi incontri nemici o se sarà meglio optare per un approccio meno visibile (nascondersi come i ratti).

Il loot sembrerebbe cosa banale, ma non lo è affatto. Conoscere la mappa è già di per se complicato. Conoscere i punti in cui si trovano i bauli ancora di più. Certo, nulla che qualche partita di allenamento non possa imprimere nella mente, a condizione che si riesca ad essere più veloci dei propri compagni. Il gioco di squadra perde di significato nel momento stesso in cui il sistema, introducendo il concetto di “tesoro”, permette a quella persona, e solo a quella persona, di godere di determinati beni. Ho visto il simpatico e pacifico Berto succhiare via letteralmente litri di scudi, credo per il solo gusto di collezionarli nell’inventario.

Comunque, loot o non loot, il gioco inizia davvero solo quando si fronteggiano gli avversari. Fortnite offre numerose strade per abbattere il poprio nemico, tutte quante inutili quando si fronteggia qualcuno dotato di lanciarazzi (il che, al netto delle proteste di molti appassionati del bilanciamento, è un concetto piuttosto realistico). Sparare non è alla portata di tutti e sicuramente non è alla mia. Esiste però un aspetto del gioco che rivoluziona la base degli shooter puri, a vantaggio di tutti: la costruzione.

John Wick vince sempre, chiaramente

Costruire è fondamentale per sopravvivere, ed è effettivamente un grandissimo vantaggio tattico, a fronte dell’accumulo di risorse di cui la mappa è piena. Come sempre, il metagioco prende una strada tutta sua, facendo si che la fase di building allo stato attuale è un’orgia di strutture orripilanti, di scale verso il nulla, di muri piazzati ogni due centimetri e di rampe che puntano all’orizzonte. Padroneggiare questa cosa è un lavoro da folli.

Sono stato iniziato alla sacra arte della costruzione dai miei sensei pazzi, Damiano e Davide, ma i frutti sono lontani dall’essere raccolti. Principalmente gli insegnamenti si basano su lunghe sessioni di picconamento degli alberi, lanci casuali di granate e raffiche di mitra per testare i riflessi. Solitamente la mia reazione tipo è controllare il cellulare o avere dei problemi con le casse nel momento esatto in cui inizia una sparatoria, quindi sono piuttosto lontano dalla perfezione. La frustrazione cresce soprattutto perché, costretta la fidanzata Ludo-Kinghetta a scaricare e giocare Fortnite, vengo a sapere che alla seconda partita in solo mode mi piazza un settimo posto su cento e due tre fortini niente male. Un trend che va solo a migliorare, tra l’altro. Con questo non intendo dire che io dovrei fisiologicamente essere più bravo, ma forse dovrei esserlo a fronte di 80 ore di gioco contro i suoi 120 minuti. Il talento non è acqua, metto in saccoccia e ciao ciao.

Quindi, morale della favola: perché continuo a giocare? Innanzitutto perché c’è chi sta peggio di me (ciao Berto senza battlepass TVB), che collegato a quanto detto prima sulla necessità di umiliare gli altri, rende il mio soggiorno su Fortnite gradito. In secondo luogo perché il prodotto spinge a giocare, giocare e giocare, sempre di più e con sempre più passione. Il fallimento, anche se cocente, è quasi sempre seguito da fragorose risate, la sconfitta un elemento comune alla maggior parte delle partite, l’incapacità spesso addolcita da quella dei paraplegici avversari. Fortnite è un gioco per tutti, è il gioco di tutti.

Sul jetpack, non mi esprimo.

349 pensieri su “Fortnite-mania

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