Film da buttare: Urban Cowboy

Film da buttare

Qualche tempo fa, all’inizio di questa torrida estate, mal consigliati dalla noia e dal caldo, io e mia sorella abbiamo deciso di vedere Urban Cowboy, stravagante pellicola del 1980 trasmessa da Sky sul canale “Cinema Passion”. Tale nome, è evidente, non rimanda alla passione per il grande schermo ma più semplicemente alle pellicole sentimentali. Il che, nella stragrande maggioranza dei casi, è preferenza inversamente proporzionale alla passione per il grande schermo di cui sopra, ma soprassediamo.

Urban Cowboy nasce da un adattamento, firmato Aaron Latham, di un articolo dello stesso dedicato al noto Gilley’s Club, un Honky Tonk Country Club di Pasadena, Texas. L’articolo, così come il film, ruota attorno alla turbolenta storia di amore, tori meccanici e musica country, di due giovani abitué del locale. La pellicola, metto subito le mani avanti, non fu un disastro né di critica, né di botteghino. Raccolse infatti più di 50 milioni di dollari (con 1/5 del budget), rilanciò John Travolta dopo il flop di Attimo per Attimo, e venne generalmente lodata per la sua capacità di descrivere una realtà – quella dei sobborghi retrogradi del sud degli States – concreta pur se nascosta.

I veri proprietari del Gilley’s. Personaggini sobri.

Probabilmente per un certo gap culturale, o forse perché semplicemente i critici non capiscono quasi mai un cavolo, la visione di Urban Cowboy non ha risvegliato né in me né in mia sorella nessun sentimento di solidarietà nei confronti delle periferie del Texas.

La trama è, di primo acchitto, semplice e lineare. Bud, giovane di belle speranze interpretato da John Travolta, si trasferisce a Houston per fare fortuna in una raffineria di petrolio. Ad aiutarlo nella dura vita di città troverà lo zio, il panzuto Bob. Questa figura paterna lo introduce al gaudente mondo dei country club, in particolare del Gilley’s (che, come dicevo in apertura, è un vero locale di Pasadena, fondato da un vero cantante country di successo, Mickey Gilley, che compare tra l’altro continuamente durante tutto il film). Qui Bud trova l’amore in Sissy, nonché l’hobbistica nei rodei meccanici. Nulla potrebbe andare storto: Bud ama Sissy, Bob vuole bene a Bud, Bud vuole bene al toro meccanico.

L’entrata in scena dell’infernale macchinario è il primo grande colpo che deve affrontare lo spettatore. I personaggi trattano infatti il passatempo con grande rispetto, chiamando i partecipanti “cowboy”, guardandoli volteggiare malamente con sguardi languidi e rapiti, riservando loro la stima che un abitante delle campagne riserverebbe per un vero cavallerizzo. Eppure, della filosofia rurale del profondo sud non esiste nulla: non si parla di animali, non si parla di spirito della frontiera, non si parla di veri rodei, non si parla di libertà, di americanità, insomma non si parla di nulla se non del toro meccanico.

Che il toro sia il centro della vicenda diventa chiaro quando, una volta sposati e trasferiti in un meraviglioso caravan, Bud e Sissy litigano violentemente per colpa della gelosia del primo. Sissy infatti vorrebbe cavalcare anch’essa, Bud pone il veto, Sissy di conseguenza prende lezioni (pare che la disciplina sia accademizzata) da un durissimo avanzo di galera, Bud pone un ulteriore veto, Sissy (forte delle galeotte lezioni) dà prova della sua abilità davanti a tutto il locale ed a quel punto è guerra aperta. Nel giro di pochi giorni Bud fugge dal tetto coniugale con un’altra, e chiaramente Sissy reagisce di conseguenza rifugiandosi dal losco istruttore Wes. Per Sissy il cambiamento è traumatico: passa infatti da un caravan ad una roulotte.

Sissy è pronta a far arrabbiare Bud

A questo punto – siamo al minuto 100 – si rimane un poco sconcertati. La trama infatti rasenta il ridicolo, i personaggi agiscono in preda a dubbie pulsioni sessuali e caratterizzati da questa malsana fissazione per i tori meccanici che preoccupa ed è difficile da comprendere fino in fondo. I dialoghi poi, nonché le prestazioni attoriali, al netto della gradevole colonna sonora country-pop, distruggono sistematicamente le sinapsi del sistema nervoso centrale. Serve però una svolta: è chiaro infatti che Bud debba tornare da Sissy, distruggendo la vita dei patetici comprimari, ma è difficile capire la strada giusta da prendere. Il regista decide per un deus ex machina forzato ma di indubbia efficacia: lo zio Bob, pacificamente seduto sul terrazzo della raffineria di petrolio, viene ucciso da un fulmine davanti agli occhi increduli di Bud. Incredulità più che giustificata, perché di tutte le morti possibili in una raffineria di petrolio, il fulmine è forse la più improbabile.

La svolta però si percepisce: Bud è finalmente cosciente della caducità della vita, dell’importanza dei valori della famiglia e dell’amore, e non permetterà che il destino gramo si porti via la sua Sissy. Caso vuole che il Gilley’s stia organizzando un rodeo meccanico con un montepremi di 5000 dollaroni: quale migliore occasione per vendicare la morte di Bob, umiliare il nuovo compagno di Sissy e riconquistare la confusa donzella? Inutile dire che gli ultimi minuti del film si svolgono in questa esatta modalità, compiacendo lo spettatore con un meraviglioso lieto fine.

Foto di famiglia prima della triste dipartita dello zio Bob.

Spegnendo la TV, nonostante l’amaro in bocca per l’oggettiva incapacità di interpreti e regista, io e mia sorella ci siamo guardati in faccia senza riuscire a nascondere una forte perplessità. Alla fine della storia infatti il nostro Urban Cowboy ha compiuto un cerchio perfetto: è rimasto con il suo vecchio lavoro svilente e pericoloso, è tornato nel suo caravan con la moglie e continua a volteggiare sul suo toro meccanico. Ma siamo sicuri che sotto sotto, nascosta tra le leggermente strabiche occhiate di Travolta, ci sia anche una morale.

5 pensieri su “Film da buttare: Urban Cowboy

  1. Bellissimo articolo. La tua ragion d’essere si dimostra per l’ennesima volta la massima espressione della veracità bucolica nostrana. Il passaggio elegante, sarò sciancato ma lo riconosco, tra finale distopico e distaccamento Lovecraftiano di tua sorella è magistrale. Sempre Lei, Donna Valeria, fa sfogo di tutte le arti figurative, verbali e metafisiche per supportare quella che penso sia, la colonna portante della nostra cultura. Tu, l’egregio normanno Quadrini.
    Saluti dallo sciancato deviato

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